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A leggere la quarta di copertina del romanzo di Lorella De Bon “Dall’abisso” mi ero fatto quasi l’idea che si trattasse di una semplice storia d’amore. Questo primo romanzo di Lorella De Bon, invece, contiene anche altri elementi. Innanzitutto, è ambientato in un manicomio italiano nel 1940, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. C’è quindi, seppur come cornice, una riflessione su questa istituzione ora abolita e sul male che vi pativano i pazienti, a maggior ragione in un tempo assai poco tollerante verso le diversità come quello del fascismo. C’è, inoltre, dunque, anche una collocazione temporale che se non rende questo propriamente un romanzo storico, fornisce all’opera talune di queste caratteristiche.

Va, poi, detto qualcosa della particolarità della storia d’amore che, in effetti, rappresenta il cuore, in tutti i sensi, del romanzo. Protagonista è una paziente del manicomio, lì ricoverata sin da bambina, a seguito di violenze familiari, e a innamorarsi di lei (ricambiato) è il medico che l’ha in cura.

Penso che sia piuttosto facile che una paziente si innamori del proprio psicologo. Quest’ultimo, in genere, però, professionalmente, non si lascia coinvolgere. Sarà che erano altri tempi, ma qui a condurre i giochi è soprattutto il bel Dott. Givetti, innamorato di Teresa al punto di rapirla dal manicomio e fuggire con lei, perdendo il lavoro e sfidando i controlli e i sospetti dei fascisti.

Se questo è il primo romanzo di Lorella De Bon, come scrive nel risvolto di copertina, non è però la sua prima opera, avendo già pubblicato due raccolte poetiche e un giallo a quattro mani. Io, poi, la conobbi anni fa per la sua partecipazione con un racconto (“L’impero delle donne”) alla raccolta di allostorie da me curata “Ucronie per il terzo millennio”, in cui immagina un’antica Roma augustea alternativa.

Dunque, anche grazie a queste e altre esperienze, Lorella De Bon arriva con una certa esperienza e maturità ad affrontare la prova del primo romanzo “solista”, giacché anche il giallo scritto con Patrizio Pacioni era pur sempre un romanzo. “Dall’abisso” si presenta allora come opera di una certa profondità e di gradevole lettura e non posso che augurare all’autrice e al libro il miglior successo possibile.

Carlo Menzinger

https://carlomenzinger.wordpress.com/2018/01/20/follia-damore-ai-tempi-del-fascismo/

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In questo periodo scarno di parole (le mie), mi vengono in soccorso i  poeti a me più cari, come Francesco Tomada. E i suoi versi sono talmente familiari da sembrarmi un abbraccio!

Alessandro Canzian

tomada

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"L'apatia di Satana" di Clirim Muca (Albalibri Editore)

“L’apatia di Satana” di Clirim Muca (Albalibri Editore)

Ho conosciuto Çlirim Muça nell’estate di qualche anno fa presso il suo albergo, in quel di Castiglioncello dove, con Patrizio Pacioni, ho presentato il romanzo giallo “Delitti & Diletti” per i tipi di Melino Nerella Edizioni. Il primo impatto è stato con Çlirim l’albergatore-editore, o viceversa. In quei pochi giorni ho però scoperto il poeta, il grande affabulatore, l’uomo di cultura e di spettacolo, un’intelligenza vivace e continuamente alla ricerca di quel miglioramento che molti, anzi troppi autori, disdegnano. Sono tornata a casa certamente più ricca interiormente di quando ero partita e con alcuni suoi libri. E la scoperta dell’artista è continuata a casa mia, privatamente, immergendomi nei suoi versi e nei suoi racconti, dai quali traspare tutta la sua vita e il suo attaccamento ai valori semplici ed essenziali dell’esistenza. Di radici albanesi, Çlirim porta nel mondo quei sentimenti personali che, però, sono patrimonio comune dell’umanità intera. Leggerlo significa specchiarsi in acqua limpida, che sempre rimanda un’immagine veritiera delle persone e delle cose.

Di tempo ne è passato da allora, di passi in avanti ne ha fatti tanti Çlirim, cosa della quale non dubitavo minimamente. La sua produzione si è via via arricchita e diversificata, attingendo a tradizioni culturali altre, come quella giapponese (haiku, renga e tanka), francese (petit onze) e inglese (limerick). Oltre ai libri di aforismi, alla narrativa, ai testi per il teatro e per il cinema, ai libri per l’infanzia, è giunto finalmente tra le mie mani il suo primo romanzo: “L’apatia di Satana”. Un romanzo che fin dalle prime pagine mi ha catturata e precipitata in atmosfere cupe e surreali, grottesche e paradossali, che in alcuni punti mi hanno ricordato un certo Chuk Palaniuk. La scrittura è una garanzia e, quindi, non mi dilungherò sulla qualità del libro. Ciò che risulta interessante è la storia, all’apparenza assurda, ma totalmente immersa nella realtà odierna, fatta di egoismi, assenza di scrupoli, corsa sfrenata al denaro, disonestà e menefreghismo per il prossimo, visto semplicemente come un pollo da spennare. L’uomo è diventato talmente bravo nella sua cattiveria ad avere superato il maestro Satana, il quale per questo cade in una sorta di crisi mistica, frustrato anche dal fatto che Dio Padre non vuole avere contatti con lui. Satana sparisce. L’uomo si scatena e si abbandona a ogni sorta di infamità. Fino a quando …

fino a quando continuerò a leggere i libri di Çlirim, sono certa che sarà ogni volta un’avventura e una crescita personale importante per me, sia come persona, sia come persona che cerca nella scrittura un suo modo di stare al mondo.

Çlirim Muça, “L’apatia di Satana”, Albalibri Editore, Rosignano Marittimo (LI), 2014

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"La pelle o la devozione all'anima" di Gianmarco Busetto (La Vita Felice)

“La pelle o la devozione all’anima” di Gianmarco Busetto (La Vita Felice)

Mi ha stupita la frase che Gianmarco Busetto ha scritto su facebook il 22 dicembre: Bisogno carnale, fisico, viscerale di poesia. Di quella vera.” Ma come? L’autore di una raccolta poetica da brivido qual è “La pelle o la devozione all’anima” sente la necessità di poesia vera? Qualcosa non torna. O forse sono io ad avere frainteso il suo legittimo pensiero. Fatto sta che mi sono ritrovata a mettere nero su bianco alcune riflessioni.

Quando leggo certa superba poesia, di quella che fa accapponare la pelle, mi assale la gioia, ma anche una sorta di timore reverenziale. E questo succede, credo, per il fatto che anche io scrivo versi di tanto in tanto. E allora, di fronte agli altrui versi che mi paiono immensi, mi sento piccola, alle prime armi, indietro anni luce rispetto alla magia che talune poesie mi regalano. Allora, faccio subito un passo di lato e mi siedo, semplice spettatore, o meglio lettore.

Leggo il “monologo del pianto” …

devo imparare l’inaccettabile

che il mio grande amare

per quanto vampa, torcia o sole

non è fonte di fuoco sufficiente a

scaldare il vivere di noi

le nostre ore, i giorni

le nuvole sbadiglio e le pentole

piango “qualcosa che se n’è andato per sempre” …

tu temi che nessuno ti abbia ancora detto

di che colore sono davvero i tuoi occhi

di tanto in tanto ti guardi le mani

per vedere se le dita ancora sono dieci

sei il nero sulle ciglia, il rosso sulle labbra

Betty Boop e il diavolo quando dici che

le ferite peggiori sono quelle che arrivano prima

[del colpo che le provoca”

per sempre sfoglierei “un piccolo album sentimentale sulle parole” …

le parole sono precise, sono sincere, sono brividi

sono febbre e colpo di tosse

le parole, le vere parole, quando escono

lo fanno per dare forma all’invisibile, mai all’assente

ma poi, la lettura non basta e fa nascere in me la necessità carnale di scrivere … e le parole non bastano …

le parole sono deserti

cimiteri di artiglierie dismesse

per rimetterle in sesto ci vuole modo

per farle fiorire ci vuole anima

la grande anima di Gianmarco Busetto!

Gianmarco Busetto, “La pelle o la devozione all’anima”, La Vita Felice, Milano, 2013

http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/gianmarco-busetto/la-pelle-o-la-devozione-allanima-9788877995056-125825.html

"Le colonne del vento" di Clelia Esposito (Albalibri Editore, 2014)

“Le colonne del vento” di Clelia Esposito (Albalibri Editore, 2014)

Di Clelia Esposito colpisce fin da subito il linguaggio, lontano da ogni sorta di ostentazione e di artificio, che tanto vanno di moda tra gli innumerevoli aspiranti poeti. Ed è proprio grazie al suo linguaggio quotidiano e semplice che Clelia può a buon diritto fregiarsi del titolo di poeta. Giornate e poesie, quelle di Clelia, scandite da gesti e situazioni ricorrenti, che per taluni rientrano nel solito e noioso tran tran, per altri nel ritmo solo apparentemente regolare delle cose. Ma come ogni esistenza umana insegna, dietro le apparenze esiste un mondo che quelle apparenze contraddice, o perlomeno non conferma.

e la vita è ferma,

la sento malsana

come una palude e brucia

[…]

e penso, sgombra d’ogni dubbio,

che siamo il nulla o un’invenzione

del pensiero

[…]

Vorrei sfuggire, ma non c’è strada

che possa portarmi in salvo”

Se non sono i ricordi, è la nostalgia un porto sicuro ove coricare i sogni e le notti piene di ombre e di buio, fino alla rinascita selvaggia e pazza nel nome dell’amore. E’ allora l’uscita dall’abisso del nulla, occasione d’oro per un nuovo e gioioso tuffo nelle profondità dell’esistenza. Ed è un’esplosione di baci, primavere e colombe. Ed è un canto che della natura si nutre e si fa poesia. Si fa baluardo allo sterile silenzio. Si fa gioia.

Oltrepasso la realtà e il silenzio

col rumore dei miei passi frettolosi.

Voci festose al di là dei muri

contraddicono il silenzio

e bambini cinguettanti

brillano nei verdi prati della fanciullezza.”

Le voci degli altri sono pronte ad accogliere la voce di Clelia, che si apre al mondo nella speranza di ascolto e comprensione.

Quando le mie parole prendono il volo,

non sono più parole mie, appartengono

a te e alla solitudine del mondo.”

Parole che, in presenza dell’amore e del corpo dell’amato, diventano superflue. Parole che si fanno argento e oro in presenza di un angelo. Parole che sono poesia, energia vitale, slancio verso il cielo, ma con i piedi ben piantati per terra. Parole che non ci sono, che non si trovano. Vuoti di parole da riempire di ricordi, nella consapevolezza che il ricordo di ognuno sia necessario mattone per costruire il domani. Un domani tutto da vivere e un presente tutto da scrivere “nelle colonne del vento”.

In superficie la gioia, nelle falde sotterranee malinconia, rimpianti, silenzi, pianti, sogni bruciati e attese vane. Ma sempre e comunque scorre Poesia, fluido vitale a mantenere in vita il corpo e l’anima.

Comincerò a morire

quando non saprò più ascoltare la voce che ho dentro.

Morirò per sempre

quando dal silenzio degli alberi non trarrò più così tante parole.”

Clelia Esposito, “Le colonne del vento”, Albalibri Editore, Rosignano Marittimo (LI), 2014

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"Sonetti" di Clirim Muca (Albalibri Editore, 2014)

“Sonetti” di Clirim Muca (Albalibri Editore, 2014)

Ebbene sì, lo ammetto. Non amo i sonetti, gli schemi, le regole e le rime. Mi fanno perdere la voglia di scrivere, mi opprimono, mi tolgono il fiato. Sono un’accanita fautrice del verso libero, della poesia che nasce nello stomaco e che si sistema comoda sopra un taccuino già bella e pronta o decantando per giorni, in attesa di un suono e di un colore che sappiano valorizzarla. Non ho mai letto, ad esempio, il “Canzoniere” di Petrarca e, quelle poche volte che l’ho avvicinato, non sono riuscita ad andare oltre la prima quartina. “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono/ di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core/ in sul mio primo giovenile errore/ quand’era in parte altr’uomo da quel ch’i’ sono”.

Ma un libro di sonetti l’ho iniziato e finito, e con gran gusto e diletto. Si tratta dell’ennesima perla pubblicata dalla casa editrice Albalibri, il cui autore è il funambolico e poliedrico Çlirim Muça.

Con passo lento come scalar vette

vado per le strade della mia infanzia,

con gli stessi sassi sulle vie strette

e al cuor della borgata, cresce l’ansia.

Il fatto più sorprendente è che Çlirim è nato e cresciuto in Albania, quindi lontano dalla patria del sonetto. Recente l’acquisizione della nazionalità italiana, più che ventennale l’esercizio della nostra lingua, il direttore di Albalibri ha inteso rendere omaggio al nostro e ora suo paese cimentandosi stavolta con la tecnica poetica più tradizionale e impegnativa: il sonetto.

Par m’accolgano donne benedette:

la madre, la nonna, la vecchia zia,

e in disparte le zingare neglette;

prodotti della mia chiromanzia.

Dopo un attento studio di Petrarca, Çlirim affronta in quartine e terzine i temi a lui più congeniali e cari: la terra natia, l’infanzia, la fatica e il lavoro, il sacrificio, l’amore, il tempo che passa, la natura consolatrice, la fede, la giustizia.

Volti di sconosciuti assomiglianti

ai miei. Le case scalcinate e bimbi,

felici e rumorosi come sempre.

Questo m’attendeva in quel di novembre,

insieme a un cielo con cumulonembi

e le lacrime facili e umilianti.

La padronanza della lingua italiana e della tecnica poetica è sorprendente. Con questo libro Çlirim supera se stesso. Dopo gli haiku, i limerik, i petit onze, dopo le fiabe per bambini (e adulti), i testi teatrali, i saggi, gli aforismi e la narrativa, cosa ci riserverà questo straordinario autore-editore?

Personalmente, attendo ogni sua nuova uscita con curiosità, certa della bontà dell’opera e delle altrettanto buone intenzioni: “Fermamente credo che i poeti di oggi debbano cimentarsi nell’arte del sonetto, questo migliorerebbe la loro poesia e, dovendo impararne regole e struttura, riscoprirebbero i grandi maestri. La mia unica presunzione sta nel fatto che con questo libro vorrei essere da esempio. In quanto madrelingua albanese. Se ci sono riuscito io, perché no i poeti di madrelingua italiana?”

Çlirim Muça, “Sonetti”, Albalibri Editore, Rosignano Marittimo (LI), 2014

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U & i confini dell'immaginabile

U & i confini dell’immaginabile

Konrad Uduatrus cadde nella trappola dell’interesse per ciò che in origine era l’anima, già nei primi anni di studio. C’è chi inciampa in un arbusto mezzo nascosto dall’erba, chi nello zerbino, U è inciampato nell’anima.”

Chi è Konrad? Ma, soprattutto, cos’è l’anima? Lo stesso Konrad Uduatrus, o meglio Enrico Unterholzner, la definisce un “concetto anguilla”, tanto complicato e rifuggito, quanto necessario e ricercato. Un concetto astratto che si fa carne nei sogni, il segno tangibile di una vita altra che in verità è la vita vera di ognuno di noi. Il ricercatore U, l’allenatore di carpe U, il signor U ne è semplicemente convinto. “Io sinceramente confido che quando saremo in grado di registrare i sogni e il sonno, qualcosa di simile ad una telecamera R.E.M., in grado di intercettare i flussi elettrici dei sogni e decodificarli in immagini e informazioni, allora si capirà qualche cosa di più della vita. Sarà un’ora zero per l’umanità. L’uomo, forse per la prima volta, sospingerà un piede in un universo di sapienza che per ora è semplicemente inconoscibile.”

Negli incontri periodici che Konrad tiene alla “Locanda del Buon Respiro”, su incarico del professor Tarassaco, un affezionato gruppo di allievi ascolta le sue teorie, che tanto ricordano teorie di ben più lunga tradizione. Il corpo quale semplice contenitore di anime, di molteplici “Coscienze di Esistere”, riporta al ciclo delle reincarnazioni. “Quindi il corpo è un’occasione, un’opportunità di vita. Non sappiamo cosa sia esattamente una CdE ma possiamo ragionevolmente immaginare che sia un’entità immateriale che entrata in un corpo, ne attiva le potenzialità e genera una vita.”

Sullo sfondo, i preparativi e le sessioni di allenamento delle carpe del signor U, tanto simpatiche quanto inimmaginabili. Una vera e propria corsa contro il tempo, perché la tanto agognata competizione ittica si avvicina e gli stratagemmi messi in atto per far saltare le carpe non vanno sempre a buon fine!

Con una scrittura brillante e accattivante, nel prosieguo del filone ittico-filosofico inaugurato con il romanzo “Lo stagno delle gambusie” (Meridiano zero, Padova, 2009), Enrico Unterholzner apre il lettore alla speranza di un’altra vita, più leggera e soddisfacente, che sappia elevarsi dalla mediocrità della società attuale. Una vita dove il dialogo con il prossimo non sia mediato, o meglio ostacolato, dall’imperante tecnologia, ma si svolga libero nel mondo dei sogni (ma siamo certi che non stia già succedendo oggi?).

Dicevo che il sonno è uno spazio immenso dove noi scienziati dobbiamo ancora piantare la prima tenda […] Io dico che in questo spazio fisico e temporale immenso potrebbe essere che facciamo molte cose.”

Enrico Unterholzner, “U & i confini dell’immaginabile”, Edizioni il Ciliegio, Lurago d’Erba (CO), 2013

http://www.edizioniilciliegio.com/autore-enrico-unterholzner-98240.html