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C’è una domanda che mi ossessiona da tempo e che in determinate occasioni batte alla porta della mia coscienza, senza però ottenere risposta. “Perché il talento artistico non viene universalmente riconosciuto e deve, invece, sottostare a logiche del tutto estranee all’Arte?”.

Le occasioni di cui parlo si riferiscono alla lettura di poeti straordinari quali Pierluigi Cappello, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente alla premiazione del Premio Ungaretti 2011 a Santa Maria la Longa. Prima di quella data, ammetto che di lui non conoscevo l’esistenza. Se si considera il fatto che, oltre a scrivere, sono una persona che legge molto (e molta poesia), la cosa è alquanto scandalosa.

Al di là dell’aspetto formale delle poesie di Pierluigi, che non sono in grado di giudicare per mancanza di preparazione ed esperienza adeguate, ciò che mi colpisce di questo friulano d.o.c. classe 1967 è la capacità di cogliere i più piccoli particolari con la lente del cuore e di renderli in versi carichi di magia e leggerezza. Non si può che uscire arricchiti dalla lettura delle sue poesie, che ci presentano il mondo nella sua semplicità e da una prospettiva diversa, quella di chi, costretto sulla sedia a rotelle, ama scrivere a matita i colori e la luce del proprio giardino.

MATTINO

Ho un acero, fuori casa, e tutto è lontano qualche volta

tutto passa nelle cose senza contorno

ho un acero misterioso come una città sommersa

e guardare diventa le sue foglie, l’ombra premuta

metà sulla strada metà nel giardino

la luce di ciascun giorno

dove le voci si appuntano e si disperdono.

Siamo l’acqua versata sulle pietre dei morti

sul filo teso tra la preghiera e il canto

siamo la neve dentro le cose

l’occhio cui tutto allucina, tutto separa

e vivere è un minuscolo posto nel mondo

dove stare in giardino.

(da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010)

Leggo Pierluigi. La domanda che mi ossessiona da tempo, di fronte al suo talento, non può che tormentarmi una volta di più. E mi tornano in mente le parole di un altro poeta ingiustamente taciuto nel nostro paese, quel Alfredo de Palchi che in più occasioni ebbe modo di parlare del malcostume letterario italiano.

«La polemica dovrebbe essere discussa tra le due classi di critici, quella sorda che sta dalla parte dei “poeti” sordi, e quella che in sordina parla con serietà […] E per continuare su questo tenore, si guardi il 99% di merda che la collana «Lo Specchio» sforna da anni, e i libretti bianchi da messa della Einaudi solo esagerati di prezzo. Chi sono gli editors? Poveretti poetucoli e pseudo criticuli che con le scelte a immagine dei propri versetti e frasi opache hanno già sbregato la poesia italiana. Vogliono far sentire il peso non la serietà del loro potere.»

http://golfedombre.blogspot.it/2010/07/alfredo-de-palchi-quando-dice-che.html

E si ritorna sempre sullo stesso argomento: la poca serietà dei critici, ma soprattutto degli editori …

Attila

Attila

Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera che lì per lì ero intenzionata a cestinare. Poi, a mente fredda, ho deciso che la scelta migliore sarebbe stata quella di rendere pubblica quella missiva privata.

Cosa mi ha spinto a prendere tale decisione? Solo una motivazione: dimostrare che all’ignoranza umana non vi è alcun limite e che ognuno di noi ha il dovere di contrastarne l’avanzata.

“Sabato ero a Belluno caminavo sotto il portico e cera un barbone con la fisarmonica che chiedeva soldi ma vai a lavorare coglione! io mi rompo la schena tutti i giorni in fabrica e tu suoni e chiedi soldi? Più avanti un altro che suona e io devo lavorare poi torno indietro e due che legono poesie. Che schifo! non si riempie la panza con le parole e la musica si fa la spesa coi soldi e non si butta via il tempo con le cazate. Tu e i tuoi amici barboni artisti siete una bruta razza siete parasiti da elimiare!”

Purtroppo, al di là della bassa scolarità dell’autore dell’interessante missiva, il contenuto della stessa viene espresso in modo più forbito anche da persone di ben altro livello culturale (??).

Dobbiamo opporre una strenua resistenza contro la massiccia invasione di questi nuovi (e ben più pericolosi) “barbari”, che con il loro analfabetismo di ritorno  minacciano seriamente le nuove generazioni, già in parte contaminate.

Facendo leva sulle nostre aspirazioni, talenti e capacità non solo nutriamo ed eleviamo noi stessi, ma contribuiamo a seminare il ragionevole dubbio che un’Anima ben nutrita sia altrettanto importante di una pancia ben riempita!

Nel mio caso, l’impegno in eventi poetici dei soliti ignoti (che tanto somigliano a riunioni clandestine in perfetto stile carboneria) risulta essere la strada più congeniale.

 E voi, piccoli “soldatini”, cosa fate per impedire che i nuovi “barbari” prendano possesso delle vostre menti?

 

 

Siamo valigie cariche fin troppo:

se cede una cucitura

si vedono i peccati, i sogni,

la vergogna.

 

Non importa l’aspetto

ma il materiale, l’ordine

delle cose nello spazio

apparente.

 

Se l’incedere è costante

su ruote ben oliate,

tutto fila, nessuno

si lamenta.

 

Ma una buca richiama

il lembo fesso d’una giacca,

la breccia nel calzino,

il foro nel petto,

 

il guanto consunto

da una brutale carezza.

 

12 marzo 2013

Lorella De Bon © 2013

 

 

 

".. e qualcosa rimane .." di Luigi Maria Malaguti - gesso policromo, carta, filo, ottone – 38x58 - 2009

“.. e qualcosa rimane ..” di Luca Maria Malaguti – gesso policromo, carta, filo, ottone – 38×58 – 2009

Apparentemente l’accostamento parola-silenzio è paradossale. Ma l’etimologia può venirci in aiuto.

Parola deriva dal latino “parabola” (similitudine), dunque può essere considerato un significante che porta con sè un significato. Nella società contemporanea, purtroppo, la parola – se taluni si ostinano a utilizzarla quale significante – ha perso del tutto la sua funzione di apportatrice di un significato. In pratica, la parola oggi si trova a vivere la condizione di un contenitore completamente svuotato, e quel che è peggio riempito di significati manipolati per i più svariati fini.

Silenzio deriva dal latino “silere” (tacere, non far rumore), dunque il silenzio non identifica la totale assenza di suoni. Quando dalla città ci si reca in campagna, si arriva a pensare di avere trovato un luogo silenzioso, ma in pratica si sentono svariati suoni (gli animali, i trattori, il tempo atmosferico …). Ecco allora che il silenzio è maggiormente identificabile con la calma, con l’assenza di rumore, con la capacità di mettere a tacere il superfluo.

Quale migliore situazione di calma, di assenza di rumore, di ritorno alla naturalità delle cose che la voce del Poeta (scritta, non pronunciata, forse nemmeno a se stesso), capace di comunicare silenziosamente a chi legge quelle similitudini e corrispondenze che fanno della sua parola, della sua privata esistenza, un messaggio di condivisione universale?
La Poesia nasce nel silenzio interiore del Poeta, si propone alla gente nel silenzio della carta stampata, nei libri che bisogna cercare negli scaffali impolverati delle librerie. E se viene letta in pubblico non disturba mai, avete notato?

La Poesia non fa rumore, produce vibrazioni che non tutti riescono a percepire, scatena ondate di sensazioni che spesso non si riescono a esprimere.

Ma réincarnation

je choisis un oiseau blanc

pour ne pas commettre d’ombre

sur l’ombre de mon père

La mia reincarnazione

scelgo un uccello bianco

per non commettere ombra

sull’ombra di mio padre

Matthieu Gosztola da Sur la musicalité du vide 2, Editions Atelier de l’agneau (Prix des découvreurs 2007).

Durante il reading poetico dei POETI AlterNATIVI BELLUNesi, a Santa Giustina lo scorso dicembre, noto tra il pubblico un ragazzo dai capelli lunghi, che scambia qualche battuta a carattere musicale con il nostro Guido Comin. Scopro successivamente che quel ragazzo avrrebbe presentato il suo libro di poesie nel medesimo luogo la settimana successiva. Nel frattempo, essendo rimasti in contatto via mail, si concorda una sua partecipazione al nostro successivo evento a Belluno. E’ in tale occasione che conosco Gianni Carlin, classe 1988, operaio di professione,  artista di vocazione. Lo conosco dapprima come musicista, alle prese con il flauto traverso in un’esibizione “alla Jethro Tull” a dir poco sorprendente. In seguito, acquistando il suo libro, scopro in lui un poeta schietto e di sicura e rara sensibilità.

   “Le cimici del mio cuscino” è una raccolta edita per i tipi di Ibiskos Editrice Risolo (Empoli) che incuriosisce fin dal titolo e dall’immagine di copertina. Se le cimici infilate nel cuscino procurano certamente un grande fastidio, Gianni ricorre alla poesia e all’ironia per cercare sollievo. Il riferimento al mondo musicale è chiaro, visto che appena sotto il titolo campeggia un suonatore di flauto traverso (Jethro Tull?) e un vecchio (un vagabondo, un pazzo?); l’ambientazione naturale, un sentiero immerso nel bosco, richiama con forza la necessità di un ritorno alle cose semplici della vita, un vero e proprio appello a non farsi fagocitare da una società che ha dimenticato il battito del proprio cuore; un animale con l’apparato scheletrico e gli organi interni in bella vista è invito alla limpidezza, alla verità, a un viaggio di ritorno alle origini dell’essere umano.

   Gianni utilizza un linguaggio semplice e diretto, a tratti ironico (come sei bello,/ Soldatino,/ nella tua bella uniforme pulita). Le strofe sono brevi come massime o aforismi (chi vive perché respira non sa/ che respirare è solo una questione/ di variazione di pressione). Evidente, a tratti fastidiosa, l’alternanza di passaggi altamente poetici ad altri di una crudezza scurrile mai fine a se stessa (cazzo, che voglia di farmi un pompino./ Ma posso solo guardare la luna,/ un filo di luna incastonato tra le stelle). Frequente l’utilizzo del punto interrogativo, a instaurare un rapporto ancora più diretto col lettore, coinvolgendolo attivamente nel percorso intrapreso (non temo di cadere, caro amico,/ perché dovrei?). Originale la creazione di un ambiente onirico-magico a supporto di quello naturale (cavalieri sottomarini annaspano tra flutti di/ rame […] le nuvole di cemento grattano sulle/ montagne).

   Una raccolta che è un invito esplicito a gettare vie le innumerevoli maschere che ognuno di noi è costretto a indossare, assumendoci la responsabilità di ogni nostra azione e pensiero, con quel pizzico di curiosità che è il vero motore del progresso umano (rottamiamo le nostre ossa,/ prendiamo in prestito le ali dei gabbiani/ e voliamo verso ogni luogo dall’aria/ interessante). Una raccolta che pare uno specchio spietato in cui riflettere la bestialità umana, ma con lo spirito del miglioramento e dell’evoluzione (essere in collera con sé stessi/ non rende merito alle azioni fatte./ Lasciamo perdere il passato/ e concentriamoci sul nostro futuro).

 

POETI AlterNATIVI BELLUNesi

da sx Mirko Dalle Mulle, Giorgio Roncada, Guido Comin, Anna Rita Capraro, Lorella De Bon

 

L’Ambizione è una parola potentissima, attorno alla quale si va perpetuando un dibattito infinito circa il suo influsso negativo o positivo. Se per Ambizione si intende genericamente il forte desiderio di emergere, allora qualsiasi forma di vita sulla terra e altrove è ambiziosa, anche per il solo fatto di voler ardentemente Vivere, o perlomeno sopravvivere. Un concetto, questo, espresso dal filosofo Cioran, che sottolinea il fatto che soltanto sul volto dei cadaveri è impossibile trovare la tanto criticata Ambizione! Dunque, tutto e niente può ricadere entro il recinto insidioso e per niente sicuro di un sentimento che, se mal indirizzato, può fare del male a chi in quel recinto si trova a vivere o finanche a sostare.

Limitandomi all’ambito poetico, in passato ho incontrato persone che, sotto la maschera di strenui e integerrimi difensori dell’umiltà e dell’uguaglianza (e bla bla bla) nascondevano un’Ambizione sfrenata. Troppo comodo e codardo scagliarsi contro qualcuno, accusandolo di voler emergere senza scrupolo a scapito del prossimo, per poi gestire il proprio piccolo mondo all’insegna della tanto vituperata Ambizione. Se poi questi bastonatori sono pure Credenti, il gioco è fatto. Lo ha sottolineato con forza il mio parroco alla messa di Natale ai bambini dell’asilo che non si deve guardare la trave negli occhi degli altri, ma concentrarsi piuttosto sulla pagliuzza che sta nei propri di occhi. Lo ha detto ai bambini, ma avrebbe dovuto rivolgersi soprattutto agli adulti, che questo messaggio hanno sentito mille volte e mille volte dimenticato.

Personalmente ritengo che, come qualsivoglia sentimento, anche l’Ambizione se sfrenata e incontrollata sia deleteria. Ma esiste anche l’Ambizione che porta a compiere gesti positivi e pregevoli, come quella che spinge un poeta a far parte di un gruppo dove a prevalere è un obiettivo comune a tutti. Nel mio caso, essere uno dei componenti dei POETI AlterNATIVI BELLUNesi significa impegnarmi a favore della Poesia, offrendo alla gente la possibilità di avvicinarsi a questa forma d’arte senza timore, bensì con curiosità e spirito d’accoglienza. Nel nostro gruppo non esistono gerarchie. Nel nostro gruppo ognuno offre il proprio contributo in base alle proprie personali capacità e attitudini. Nel nostro gruppo si propongono idee, le si discute, le si elabora, le si approva. Nel nostro gruppo non prevale l’interesse personale di alcuno. Nel NOSTRO gruppo è così, perché il gruppo è NOSTRO, è la creatura di TUTTI e non di uno solo.

Grazie Anna Rita, Guido, Giorgio, Mirko, Silvio, Valerio … grazie a tutti gli artisti che di volta in volta collaborano con noi … Diaolin, Elena, Gabriele, Gianni, Laura, Sergio …e speriamo tanti altri!

E mi raccomando, visitate il nostro nuovo blog … http://poetialternativibellunesi.wordpress.com/

 

 

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Ho sempre pensato e detto, anche durante le presentazioni della mia raccolta di versi, che la Poesia – o meglio il linguaggio poetico – non è altro che la lingua utilizzata prima della caduta della torre di Babele. Chissà quale strano meccanismo o reminescenza mi ha portata a elaborare tale concetto. Fatto sta che la penso a tutt’oggi così. Inoltre, faccio riferimento proprio a questa scomparsa per giustificare la dilagante incomunicabilità nella quale ci troviamo a vivere e agire.

Un pensiero non proprio assurdo il mio, visto che l’ho trovato papale papale dentro un romanzo di una bellezza sconvolgente, scritto da un giovane americano di grandissimo talento: Stefan Merrill  Block. Ne “La tempesta alla porta” (Neri Pozza Editore, 2012), si può leggere:

“Non sono le parole a cercare inutilmente di descrivere le cose, ma le cose stesse [...] a cercare inutilmente questa lingua vera [...] che andò perduta alla caduta della torre di Babele.”

Forse che io e Stefan parliamo la stessa lingua?

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