Ho appena terminato la lettura del romanzo di Aldous Huxley “Il mondo nuovo”. Nel 1932 Huxley ipotizzò l’esistenza di uno Stato futuro totalitario, dove l’individualità umana è cancellata a favore della produttività e del progresso. Uno Stato che per raggiungere tali scopi ricorre alla produzione in serie degli esseri umani, condizionandoli sin dall’origine in provetta, poi nell’infanzia, a ricoprire da adulti ruoli sociali prestabiliti. Uomini deprivati, dunque, della propria individualità, un gregge di persone programmate a svolgere una determinata attività, un gregge ovviamente ubbidiente e privo di pericolosità sociale. Una società tranquilla, dove eventuali “cellule trasgressive” sono neutralizzate attraverso la somministrazione gratuita di una sostanza psicotica (il soma) capace di annullare la volontà e i sentimenti, dove lo Stato legalizza ogni sorta di piacere quale baluardo a ogni minimo gesto di ribellione. Una lettura sconvolgente, che riporta subito alla mente le aberrazioni che di lì a poco si sarebbero realizzate.
Più di vent’anni dopo, nel 1958, Huxley riprese i principi fondamentali del suo romanzo e li sviluppò in una serie di saggi, alla luce di quanto accaduto nel frattempo nelle società umane. Nella raccolta “Ritorno al mondo nuovo” le sue profezie risuonano come una campana a morto, soprattutto se rapportate al momento storico che ci troviamo a vivere. In particolare, la conclusione del saggio “La propaganda sotto la dittatura” mi ha portata a un’amara riflessione che coinvolge la Poesia. Scrive Huxley: “In un’epoca in cui si accelera la sovrappopolazione, si accelera la superorganizzazione, si perfezionano i mezzi di comunicazione di massa, come possiamo noi salvare l’interezza e riaffermare il valore dell’individualità umana? E’ una domanda che ancora si può porre e a cui forse si può ancora rispondere validamente. Può darsi che fra una generazione sarà già troppo tardi per trovare la risposta. Può darsi addirittura che sarà impossibile porsela, nel soffocante clima collettivo di quel futuro.”
Mi sono chiesta se sia ancora possibile farci questa domanda. Sono certa che siamo ancora in tempo per porcela, questa e altre domande. Il problema risiede nella capacità di trovare una risposta che sia credibile e, soprattutto, fattibile. Tante sono le forze, visibili e nascoste, che oggi premono a soffocare le singole personalità, mirando al contempo a fare di noi un gregge ubbidiente alle asettiche e dure leggi del mercato. Ma contro queste forze, dato che non siamo ancora del tutto preda da “avvelenamento da gregge” di cui parla lo stesso Huxley, credo sia possibile combattere conservando a tutti i costi quello spirito critico che tradizionalmente appartiene (o dovrebbe appartenere) agli intellettuali di professione. E insieme allo spirito critico, e alla volontà di capire quello che succede dentro e fuori di noi, ritengo sia fondamentale porsi continuamente in gioco, dubitare, cercare risposte e metterle subito dopo sotto la lente di ingrandimento di ulteriori domande. Ed è questo che fa il Poeta: mai sazio, egli va continuamente alla ricerca di se stesso, e facendo questo va alla ricerca dell’Uomo.
Chi se non il Poeta si pone quotidianamente in discussione, pesa e soppesa le proprie azioni e i propri sentimenti alla luce di quella verità che spera di trovare nella parola?
Chi se non il Poeta è un uomo perennemente insoddisfatto, sempre in viaggio con il corpo e con l’anima, a cercare una verità che sia consolazione agli affanni e tregua alle umane sofferenze?
Chi se non il Poeta corre il rischio di essere etichettato quale eccentrico, o peggio ancora pazzo, per il semplice fatto di non accettare come una pecora la direzione che il padrone, con l’aiuto del cane, ha deciso di imprimere al gregge?
E allora, seguite i Poeti, leggeteli, andateli ad ascoltare! Non comportatevi come delle pecore, anestetizzati dal Grande Fratello catodico che ormai dirige gran parte dei vostri gesti, delle vostre scelte, dei vostri gusti, trasformando i vostri figli in “carne da televisione” (secondo una definizione dello stesso Huxley).
Affermate con forza il vostro essere liberi, capaci di scegliere quale direzione intraprendere, desiderosi di ascoltare una voce diversa da quella stereotipata e manovrata e irreale della televisione!
Smettetela di rintanarvi in casa appena scende la neve, o appena tira il vento, e ben coperti andate ad ascoltare cos’hanno da dire i Poeti, che a dispetto del tempo atmosferico e dei mass media levano alta la loro voce.
Andate ad ascoltare fisicamente, andate in biblioteca, in libreria, ovunque vi sia la Poesia. Fidiamoci della Poesia e dei Poeti. Perché la Poesia non vuole fare della gente un gregge. Perché è grazie alla Poesia che ognuno di noi può conservare la propria individualità umana.
E se qualcuno vuole convincervi che i Poeti sono folli per farvi desistere dall’ascoltarli, non credetegli nel senso comune della parola. I Poeti sono folli essenzialmente perché continuano imperterriti a fare il loro “mestiere”, combattendo contro i mulini a vento del consumismo e della cultura di massa, contro una società che ci vorrebbe tutti uguali, tanti piccoli automi manovrabili a piacere dal potente o dai potenti di turno.
Non esistono Poeti matti, bensì uomini coraggiosi che lottano per mantenere la propria individualità e sostenere gli altri uomini a fare lo stesso.
Come possiamo credere che sia pazza una donna che, seppure internata in manicomio dal 1965 al 1972, scrive versi come questi dedicati alla propria madre, di una lucidità e profondità sconvolgenti?
Tu eri la verità, il mio confine
la mia debole rete, ma mi sono schiantata
contro l’albero del bene e del male,
ho mangiato anch’io la mela
della tua onnipresenza
e ne sono riuscita
vuota di ogni sapienza,
perché tu eri la mia dottrina,
e il calice della tua vita
sfiorava tutte le rose.
Ora ti sei confusa
con gli oscuri argomenti della lira
ma invano soffochi la tua voce
nelle radici-spirali degli alberi,
invano getti gemiti
da sotto la terra,
perché io verrò a cercarti
scaverò il tuo fermento,
madre, cercherò negli spiriti
quello più chiaro e più fermo,
colui che aveva i tuoi occhi
e la tua limpida voce
e il tuo dolce coraggio
fatto soltanto di stelle.
(Alda Merini “Tu eri la verità, il mio confine” dalla raccolta “La terra santa”)